Un valore da vivere: Il rame della Serenissima.
A pochi chilometri da Falcade, la Perla bellunese della Val del Biois, il Centro Minerario Valle Imperina offre l’opportunità di immergersi in una storia secolare in cui si intrecciano industria, caparbietà, paesaggio e gastronomia. Il complesso minerario si offre al visitatore come un museo a cielo aperto in cui la natura forma quasi un tutt’uno con i manufatti degli uomini. Gli ingressi muschiosi delle gallerie, i massi di pietra locale e le volte maestose dei forni, i muri, i camminamenti e gli edifici di servizio, oggi sapientemente riqualificati, raccontano un’epopea di fatica e di ingegno.
Lo sfruttamento dei ricchi giacimenti di calcopirite del sito di Valle Imperina per l’estrazione del rame è attestato almeno a partire dal quindicesimo secolo, ma è plausibile che le prime attività risalgano a epoche più antiche, forse già all’età romana. In origine i minatori erano organizzati in piccole aziende a conduzione familiare. Le miniere faticosamente cavate nel ventre della montagna portavano prosperità ma anche patimenti e pericoli. La silicosi, una grave e irreversibile malattia polmonare causata dall'inalazione senza protezioni delle polveri di silice, falcidiava i lavoratori causando nel corso degli anni ciò che il ricercatore Egidio Pasuch non ha esitato a definire un «olocausto dimenticato» (https://centrominerariovalleimperina.it/presentazione-del-libro-silicosi-lolocausto-dimenticato-della-montagna-veneta-di-egidio-pasuch/).
Nel corso del Quattrocento la Repubblica di Venezia mise gli occhi sui giacimenti agordini e ne avviò la statalizzazione per garantirsi la fornitura del rame necessario alla fusione dei suoi arsenali. La potenza e la gloria della città sospesa sull’acqua devono dunque molto a questo angolo di montagna e al sacrificio anonimo dei suoi abitanti. Negli anni successivi i dogi arricchirono la miniera di nuovi e importanti manufatti per ottimizzare la produzione, parte dei quali si possono ancora ammirare. L’estrazione proseguì anche dopo la caduta della Repubblica, con un’importante accelerazione tecnologica a partire dal diciannovesimo secolo. L’ultimo rinnovamento significativo avvenne agli inizi del secolo scorso con la riconversione sotto la gestione Magni e Montecatini, durante la quale fu realizzata la centrale idroelettrica e persino una linea ferroviaria dedicata. Il lavoro rallentò bruscamente dopo la seconda guerra mondiale, fino alla cessazione definitiva nel 1962.
Nonostante lo sfruttamento lungo e intensivo, il sottosuolo di Valle Imperina è ancora ricco di minerale. Ma oggi la sua più grande ricchezza è rappresentata dalla testimonianza che porta e dalla cornice delle Dolomiti che vegliano sulle spoglie di questa straordinaria impresa. Acquisito e meticolosamente restaurato dal Comune di Rivamonte e dal Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi dopo un periodo di abbandono, il sito è stato successivamente rilanciato da un imprenditore locale che lo ha trasformato in un’esperienza immersiva di archeologia industriale. Guide preparate e appassionate conducono i visitatori alla scoperta della miniera accompagnandoli lungo le umide gallerie percorse dai minatori. Un museo espone oggetti, documenti e fotografie che ripercorrono la lunga storia dell’impianto, mentre una ricca offerta didattica rivolta alle scuole propone percorsi storici ma anche esplorazioni geologiche e naturalistiche nell’incantevole scenario circostante.
La proposta turistica è completata dalla possibilità di rifocillarsi e soggiornare tra gli antichi muri. Un ristorante invita ad assaporare i piatti della tradizione montanara con ingredienti locali, tra i quali un filologico menù del minatore. A poche centinaia di metri la rinomata fabbrica di birra Pedavena offre anche una tavola calda. Per il pernottamento ci si può avvalere dell’Ostello Imperina situato nel cuore del complesso, della Casa vacanze ricavata nell’ex circolo ricreativo dei minatori, o ancora dei confortevoli appartamenti allestiti nelle immediate vicinanze della miniera.





